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Università degli Studi di MilanoUniversità degli Studi di Milano
Milano Milano  -  provincia: Milano Milano  -  regione: Lombardia Lombardia
via Festa del Perdono, 7 - 20122
02503111 
0258304482 
Università degli Studi di Milano
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Citta'Milano
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via Festa del Perdono N.7
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Presentazione
L'Università degli Studi di Milano si caratterizza per la spiccata valenza multidisciplinare del proprio impegno didattico, sviluppato nelle quattro grandi aree presenti al suo interno: l'area giuridico politica ed economico sociale, l'area sanitaria, l'area scientifica e scientifico tecnologica e l'area umanistica.
Negli ultimi anni la gamma delle opportunità formative a disposizione è andata ampliandosi, diversificandosi notevolmente. Ai percorsi più consolidati sono stati affiancati nuovi corsi di studio, modulati tenendo in attenta considerazione le specifiche esigenze provenienti da un contesto economico che vive una fase di rapida trasformazione, senza peraltro mai perdere di vista gli elementi distintivi di una formazione culturale di tipo universitario.
Fonte: Università degli Studi di Milano
 
Università degli Studi di Milano
Cenni storici
La costituzione dell'Università degli Studi di Milano risale al 1924: un esordio indubbiamente recente se confrontato con quello di altre plurisecolari realtà nazionali ed europee, anche se va detto che il nuovo ateneo nacque sulla scorta di istituzioni preesistenti, di notevole tradizione e indubbio prestigio.
Nel ritardare l'avvio nella città di Milano di un sistema di formazione superiore propriamente universitario giocò un ruolo di primo piano il vicino, e antichissimo, ateneo di Pavia. Almeno fino al periodo successivo all'unificazione nazionale continuò infatti a valere lo schema che assegnava alla sola Università ticinese il compito di mantenere attive le quattro facoltà tradizionali caratteristiche di un'università in senso proprio, concedendo a Milano di istituire strutture specializzate sul versante applicativo, più direttamente funzionali agli interessi industriali, agricoli, commerciali e finanziari della città. Non è un caso, a tale proposito, che anche la costituzione di altre realtà dell'articolato sistema universitario milanese, come la Bocconi, la Cattolica o il Politecnico, sia avvenuta solo negli anni successivi all'Unità.
Milano tuttavia, forte di una classe dirigente combattiva e sensibile alle istanze di modernizzazione e di progresso, non aveva certo per questo rinunciato a ogni funzione in materia di istruzione superiore e di esercizio alle professioni, dotandosi di istituzioni di alto livello, alcune delle quali destinate a confluire successivamente nel sistema universitario cittadino.
Già dal 1600, oltre alle attività di preparazione alla professione medica che si svolgevano nell'ambito della "Cà Granda", l'ospedale voluto da Francesco Sforza a metà del Quattrocento (e che ben cinque secoli dopo avrebbe accolto la sede centrale dell'Università degli Studi), sorsero a Milano istituzioni di indiscussa qualificazione. Basti citare le Scuole Palatine, create all'inizio del Seicento e che vissero nel periodo del riformismo asburgico il loro periodo di maggior splendore, con insegnamenti di grande prestigio, tra cui quello di Paolo Frisi, Cesare Beccarla e Giuseppe Parini, o l'Osservatorio astronomico di Brera, diretto da padre La Grange, o ancora la Scuola superiore di Veterinaria, fondata nel 1791 e che negli anni trenta del Novecento avrebbe dato origine alla omonima Facoltà dell'Università degli Studi.
Antecedente diretto della Facoltà di Lettere e filosofia dell'ateneo fu l'Accademia scientifico-letteraria che, come il Regio Istituto tecnico superiore - l'attuale Politecnico - fu promossa dalla legge Casati del 1859. Principalmente finalizzata ai suoi esordi alla formazione degli insegnanti, anche se non mancarono le sollecitazioni, soprattutto ad opera di Graziadio Ascoli, per accentuarne le funzioni più propriamente scientifiche, all'Accademia venne in seguito aggregata una scuola di lingue moderne. Nel 1870 fu avviata un'altra istituzione destinata a far parte dell'Università degli Studi, la Scuola superiore di Agraria, il cui Statuto, oltre ai compiti didattici e formativi, ne sottolineava la funzione di "promuovere il progresso dell'agricoltura per mezzo di ricerche sperimentali".
Un passo fondamentale nel percorso che avrebbe portato a considerare non più prorogabile la costituzione di un'Università pubblica milanese, accentuando l'insofferenza per le persistenti prerogative di Pavia fu l'inaugurazione, avvenuta nel 1906, degli Istituti clinici di perfezionamento destinati ai giovani medici, voluti e promossi da Luigi Mangiagalli. Figura chiave nelle vicende che portarono alla fondazione dell'Università degli Studi, medico ostetrico, collocato politicamente nell'area della democrazia radicale, eletto deputato nel 1902 e in seguito sindaco del capoluogo lombardo, Mangiagalli operò strenuamente nei primi due decenni del Novecento per dotare Milano di un sistema di formazione superiore all'altezza delle funzioni di una metropoli moderna non limitandosi al terreno, a lui naturalmente più caro, della scienza medica, e andando ben oltre la sua idea di dar vita a una grande facoltà medica lombarda.
Lo sviluppo delle strutture medico-sanitarie cittadine connesso all'avvio degli Istituti clinici di perfezionamento istituiti nei nosocomi cittadini fu tale da indurre la facoltà medica pavese, nel 1922, a chiedere il trasferimento a Milano. Un'ipotesi ben presto tramontata, anche in seguito alla levata di scudi degli ambienti locali, ma che la dice lunga su quanto i tempi fossero ormai cambiati.
L'ostinata determinazione di Luigi Mangiagalli e il valore della sua iniziativa personale sono fuori discussione, ma va ricordato che egli agì potendo contare sul forte sostegno della classe dirigente milanese, ben consapevole, in quei decenni, del ruolo centrale che un sistema di istruzione d'alto livello giocava a favore dei processi di modernizzazione e sviluppo. L'entusiasmo di Mangiagalli fu supportato dal decisivo contributo degli enti locali, che l'avrebbe accompagnato fino alla fondazione dell'Università.
Si dovette in larga misura a una coalizione di forze cittadine la realizzazione del suo progetto di concentrare tutti gli istituti per l'istruzione superiore entro una zona ancora ai margini dell'area metropolitana, la futura "Città degli Studi", la cui prima pietra venne posta nel 1915. Un'area considerata inizialmente fin troppo vasta per ospitare gli istituti ma che una volta terminati i lavori, nel 1927, si sarebbe rivelata insufficiente ad accogliere le strutture della nuova Università degli Studi, nel frattempo costituitasi.
Alla fondazione dell'Università degli Studi di Milano apre la strada la riforma Gentile del settembre 1923, che prendendo atto dell'incompatibilità tra facoltà medica pavese e Istituti clinici milanesi accorpa questi ultimi all'Accademia scientifico-letteraria entro una nuova università statale autonoma, rettore Luigi Mangiagalli. Un'università peraltro dalla ben modesta fisionomia, composta da una sola Facoltà, Lettere e filosofia, e con gli Istituti clinici cui spettava il solo compito della formazione postlaurea, che già esercitavano. Tuttavia, specificando che all'Università si potesse ulteriormente provvedere con convenzioni tra lo stato ed altri enti che avrebbero potuto determinarne la configurazione, anche in relazione ai mezzi finanziari reperiti, la legge Gentile apriva uno spiraglio per allargare le aree di competenze del nuovo ateneo, un'opportunità che Luigi Mangiagalli, nel frattempo divenuto sindaco di Milano, non mancò di cogliere.
Al suo appello perché Milano non restasse priva di un'Università degna del suo rango, le forze locali, il Comune in prima linea, risposero con uno stanziamento finanziario in grado di conferire all'ateneo una fisionomia ben diversa da quella inizialmente prospettata. Il 28 agosto 1924, presso la Prefettura, venne firmata la convenzione con cui si sancì la nascita dell'Università degli Studi di Milano, "completa" delle quattro Facoltà di Giurisprudenza, Lettere e filosofia, Medicina e chirurgia, Scienze fisiche, matematiche e naturali, così come Mangiagalli l'aveva voluta.
Posta al servizio di una città di oltre un milione di abitanti, la nuova Università dovette da subito far fronte ad esigenze superiori ai mezzi a disposizione. Se il reclutamento del corpo docente poteva contare, per Medicina e Lettere, sull'alto livello dei titolari degli insegnamenti già attivati presso gli Istituti clinici di perfezionamento e l'Accademia, mentre Giurisprudenza si impose subito tra le facoltà più prestigiose del paese per il livello complessivo dei suoi docenti - vi si trasferirono da altre città italiane molti tra i più insigni giuristi del tempo - più difficoltosa si presentava la formazione dell'organico del corpo docente per la Facoltà di Scienze. Le maggiori carenze si riscontravano tuttavia nella disponibilità degli spazi, ben presto rivelatisi insufficienti per un ateneo che, partito il primo anno con 1419 iscritti, raggiunse nel 1928-29 le 1965 unità, ponendosi al quarto posto in Italia dopo Napoli, Roma e Padova..
L'idea di raggruppare entro i confini della Città degli Studi tutte le facoltà, "in una possente e gloriosa unità", ribadita da Mangiagalli nel 1926, alla vigilia della sua andata fuori ruolo, si rivelò ben presto inattuabile. Medicina poté continuare ad avvalersi del fondamentale appoggio delle strutture cliniche convenzionate, ma il rettorato e le due Facoltà umanistiche dovettero rinunciare a Città Studi - dove cominciarono a trovare ospitalità gli edifici adibiti agli studi fisici e chimici della Facoltà di Scienze - per trovare collocazione nel Palazzo comunale di Porta Romana, in centro città. L'ipotesi di destinar loro l'ospedale sforzesco venne già allora presa in considerazione, ma la sua realizzazione fu rimandata, in attesa della costruzione del nuovo grande nosocomio di Niguarda, che sarebbe iniziata solo nel 1931.
Malgrado le difficoltà legate all'avvio delle attività, la risposta degli studenti che si rivolsero al nuovo ateneo fu subito rilevante. La Facoltà di maggior richiamo si rivelò Medicina, passata dai 360 studenti del 1925-26 ai 1.330 del 1936-37; Giurisprudenza, sulla quale si erano inizialmente indirizzate le maggiori preferenze, con 623 iscritti nel 1925-26, raggiunse una punta di 801 iscritti nel 1931-32, stabilizzandosi in seguito sulle 600 unità. Nel 1932 entrò a far parte dell'ateneo l'Antica Scuola di Veterinaria, che, come Facoltà di Medicina veterinaria, figurò quell'anno con 81 iscritti, saliti a 145 nel 1939-40. Tre anni più tardi fu la volta dell'Istituto superiore di Agraria, divenuto anch'esso Facoltà, con 144 iscritti saliti a 191 alla vigilia della guerra. Entrambe le nuove Facoltà vennero insediate a Città Studi, in via Celoria.
Alla metà degli anni Trenta gli studenti iscritti alle sei Facoltà dell'Università degli Studi assommavano a 3.017, a cui si aggiungevano i 366 che facevano capo ai corsi di perfezionamento e alle scuole di ambito medico. Alla stessa data, per avere un termine di confronto con gli altri atenei cittadini, gli studenti dell'Università Cattolica erano 2.301, quelli del Politecnico 1.117 e 848 quelli della Bocconi.
Per la Statale, l'incremento pi sensibile nel quindicennio che precedette lo scoppio della seconda guerra mondiale riguardò Scienze, che nel 1939 registrava 624 studenti iscritti, superando sia Lettere e filosofia che Giurisprudenza.
Alla crescita delle iscrizioni aveva corrisposto un incremento pressoché parallelo del numero dei professori: sempre con riferimento al 1939-40, il corpo docente risultava composto da 81 professori ordinari o straordinari, 106 incaricati, 28 aiuti e 96 assistenti, cui si aggiungevano 401 liberi docenti. Si può considerare un significativo indizio dell'avvenuto consolidamento dell'istituzione il fatto che già nel primi anni Trenta la Statale di Milano fosse seconda solo a Roma nella statistica del trasferimento dei docenti.
A fronte della considerevole crescita dell'ateneo, il problema degli spazi si ripropose in termini allarmanti agli inizi degli anni Quaranta. Tramontata ancora una volta l'ipotesi del trasferimento delle facoltà umanistiche alla Cà Granda, si ritornò all'idea originaria di Mangiagalli di far confluire anche queste due strutture in nuovi edifici da costruirsi a Città Studi, ma il progetto rimase sulla carta.
Alla vigilia della guerra, le Facoltà di Lettere e di Giurisprudenza vivevano una situazione di grave carenza strutturale, non disponendo degli spazi necessari per integrare l'attività didattica con esercitazioni, seminari ed istituti forniti di dotazioni adeguate. Né si trovava in acque migliori la Facoltà di Scienze, costretta a far convivere in ambienti del tutto insufficienti istituti con indirizzi di studio fra loro assai differenziati.
Gli stessi problemi di carattere logistico si ripresentarono, in condizioni generali sensibilmente peggiorate, all'indomani del conflitto. Alla difficile eredità politica, civile e morale lasciata anche tra le mura dell'Università dal ventennio fascista, si aggiunsero danni materiali e difficoltà operative particolarmente gravi.
I bombardamenti del 1943 avevano reso inagibili gli edifici che ospitavano le due Facoltà di Lettere e di Giurisprudenza, che furono obbligate a trovare una sistemazione provvisoria nel Collegio delle Fanciulle di via Passione. Anche se la decisione di assegnare alle due Facoltà umanistiche, e al rettorato, la Cà Granda venne finalmente formalizzata, i tempi si prospettavano lunghi: gli ingenti danni riportati dall'ospedale sforzesco in seguito ai bombardamenti angloamericani avrebbero infatti richiesto un lavoro di restauro molto laborioso, che tra l'altro sarebbe iniziato solo nel 1951.
Necessitavano di importanti interventi di ripristino anche vari padiglioni del Policlinico e gli edifici di Veterinaria e Agraria, proprio mentre gli accordi con i vari enti che a suo tempo si erano impegnati a contribuire al finanziamento dell'ateneo erano divenuti inoperanti; le stesse convenzioni con gli Istituti clinici di perfezionamento e con l'Ospedale Maggiore, perno del funzionamento della Facoltà medica, sarebbero ben presto decadute, obbligando l'ateneo a nuove, e più onerose, forme di accordo.
All'incremento delle spese imposte dalla ricostruzione non era dunque possibile far corrispondere un adeguato aumento delle entrate, nonostante l'innalzamento dei contributi richiesti agli studenti.
Inadeguato rispetto alle necessità di una popolazione studentesca oscillante tra il doppio e il triplo di quella dell'anteguerra restava anche il ritmo di crescita del corpo docente, sempre peraltro di primissimo livello, e dell'organico tecnico, amministrativo e ausiliario. Un primo ampliamento del corpo docente intervenne nel 1954 e alla fine del decennio si giunse, per trasferimento di nuovi titolari e grazie all'incremento di cattedre avvenuto per convenzione con enti vari, ad un centinaio di docenti di ruolo, mentre il numero degli insegnamenti tenuti per incarico salì a duecento circa.
Compatibilmente con le risorse di bilancio e con i mezzi messi a disposizione dal Ministero dei Lavori pubblici, nel corso degli anni Cinquanta proseguirono i lavori di recupero e ampliamento delle strutture, di cui si giovarono soprattutto gli istituti di Città Studi, di interesse delle Facoltà di Medicina, Scienze, Agraria e Medicina veterinaria. Gli investimenti più cospicui furono riservati a Scienze, con le nuove costruzioni riservate alla Geologia, alla Botanica, alla Zoologia, alla Genetica e alla Fisica: per quest'ultima venne progettato alla fine del decennio un edificio interamente nuovo su un'area concessa dal Comune tra via Ponzio e via Celoria.
Il segno dell'avvenuta conclusione della lunga fase di ricostruzione postbellica fu il trasferimento, nel 1958, del rettorato, degli uffici e delle due Facoltà di Giurisprudenza e di Lettere e filosofia nella nuova sede di via Festa del Perdono, alla Cà Granda. Il restauro aveva riguardato per il momento l'ala settentrionale sette-ottocentesca e una parte dei corpi contigui al grande cortile centrale: negli spazi che vi vennero ricavati trovarono posto l'Aula Magna, gli uffici e il nuovo settore didattico, tanto ampio da apparire, per quei tempi, addirittura esagerato per le esigenze delle due facoltà umanistiche. Attendevano ancora una sistemazione definitiva le biblioteche, le segreterie studenti e gli istituti delle facoltà, per i quali si sarebbe dovuto aspettare che avanzassero i lavori di recupero dell'ala più antica, affidati a Liliana Grassi, architetto del Politecnico.
Ma intanto, sede centrale dell'ateneo era divento un edificio di alto decoro storico e formale, che ne sarebbe rimasto il simbolo per tutti gli anni a venire.
Ulteriori margini per l'edilizia e per il potenziamento delle strutture didattiche e scientifiche vennero alla fine degli anni Cinquanta da alcuni provvedimenti legislativi e interventi ministeriali. Fu l'occasione per completare i lavori del nuovo istituto di Fisica e per avviare il nuovo grande complesso di via Golgi destinato ad ospitare gli istituti di chimica della Facoltà di Scienze. Mentre proseguivano i lavori nell'edificio di Festa del Perdono, nel 1957 fu costituito il nuovo corso di laurea in Lingue e letterature straniere presso la Facoltà di Lettere. Malgrado questi miglioramenti, restavano le difficoltà per quanto riguardava l'entità del corpo docente, che continuava ad essere sottodimensionato rispetto alle richieste, e si aggravavano i problemi per le strutture cliniche di cui usufruiva la facoltà medica, ormai compresse e sacrificate entro l'area del Policlinico, che i piani urbanistici di quegli anni destinavano d'altronde a diversi usi, e a maggior ragione dunque bisognose di trovare sistemazione in altre aree della città.
Con gli anni Sessanta si aprì un periodo fecondo di trasformazioni che non mancarono di investire, mutandone sensibilmente la fisionomia, anche il sistema universitario nazionale. Per effetto dell'estensione dell'obbligo scolastico e della successiva liberalizzazione degli accessi e, più in generale, delle migliorate condizioni economiche complessive del paese, le immatricolazioni alle università italiane conobbero un progressivo e sempre più vistoso incremento. Ampiamente coinvolta nel processo in atto, l'Università degli Studi di Milano passò dai 7.461 iscritti del 1959 ai quasi 20.000 del 1969-70. Da quel momento, anche sullo sfondo della contestazione studentesca e delle ulteriori suggestioni che questa alimentava, la tendenza si fece via via più intensa e accelerata, fino alla punta dei 63.642 iscritti nel 1978-79.
Gli anni della contestazione, che dal marzo 1968 investì l'Università degli Studi di Milano con particolare intensità ed effetti che si prolungarono notevolmente nel tempo, furono per l'ateneo un periodo di notevoli realizzazioni e di scelte significative, determinanti per lo sviluppo successivo.
Malgrado continuasse, accentuandosi con il passare degli anni, lo stato di evidente squilibrio tra esigenze e risorse a disposizione - quanto a finanziamenti statali si dovette attendere il piano quinquennale 1976-81 perché all'Università degli Studi venisse riconosciuto il suo effettivo peso proporzionale, mentre tra gli enti e le istituzioni locali solo la Cassa di Risparmio delle Province Lombarde continuava ad assicurare, incrementandolo anzi nel tempo, il proprio contributo - lo sviluppo dell'ateneo milanese non subì alcuna battuta d'arresto, pur dovendo forzatamente procedere in misura inferiore alle necessità date dall'aumento vertiginoso degli iscritti.
Oltre all'avvio e al potenziamento dei rapporti di collaborazione con gli enti nazionali di ricerca (dal CNR all'INFN), nel corso degli anni Settanta si provvide ad ampliare notevolmente le strutture sanitarie a disposizione per la formazione dei giovani medici, mediante specifiche convenzioni stipulate con otto poli ospedalieri, di cui cinque a Milano. Si promosse un consistente ampliamento dell'offerta didattica, con nuove Facoltà (Farmacia e Scienze politiche furono create nel 1970) e nuovi corsi di laurea, si moltiplicò il numero delle scuole di specializzazione e dei centri di studio e di ricerca, mentre a partire dal 1984 si dava via libera ad un primo nucleo di dipartimenti, soprattutto di area scientifica. Erano intanto continuate le realizzazioni sul fronte dell'acquisizione di nuovi spazi: a Città Studi proseguì l'ampliamento del settore didattico di via Celoria e si diede avvio alla costruzione del grande edificio per i dipartimenti biologici su progetto dell'architetto Vico Magistretti. In vari casi, anche per le iniziative maggiori, si fece ricorso a spazi presi in locazione: fu acquisito con questa modalità il palazzo di via Conservatorio, destinato a Scienze politiche e che tuttavia si sarebbe ben presto rivelato insufficiente a contenere il complesso delle esigenze della nuova facoltà. Particolare impegno venne dedicato al compimento del restauro e della sistemazione dell'edificio di via Festa del Perdono, completato con il recupero della Crociera e della sottostante Canova, dove sarebbero state collocate le sale di consultazione per Giurisprudenza e Lettere e filosofia.
Malgrado ogni sforzo, le pur notevoli iniziative di adeguamento strutturale promosse negli anni Settanta e nel corso del decennio successivo non furono tuttavia sufficienti: gli spazi per la didattica e per la ricerca, l'entità del corpo docente e lo stesso contingente di personale tecnico-amministrativo risultavano vistosamente inadeguati alle esigenze di un ateneo nel frattempo giunto, nell'anno accademico 1988-89, a contare 22 corsi di laurea, 18 dipartimenti, 118 istituti, 1.603 insegnamenti attivati, 90 scuole di specializzazione e di perfezionamento, 77 dottorati di ricerca, 48 centri di studio, per un totale di 75.215 studenti.
Mentre diveniva giocoforza utilizzare per le lezioni più frequentate auditori esterni o sale cinematografiche, tutto lasciava intendere - come si sarebbe in effetti verificato - che la tendenza all'aumento delle iscrizioni sarebbe proseguita negli anni successivi, e tanto più in una regione come quella lombarda, dove il rapporto tra studenti universitari e popolazione risultava inferiore alla media nazionale.
L'ottenimento di un cospicuo finanziamento nell'ambito del Fondo di investimenti per l'occupazione permise di ampliare ulteriormente gli spazi di Città Studi e di avviare la realizzazione di due importanti settori didattici e di ricerca per la Facoltà di Medicina (uno presso l'Ospedale Sacco e l'altro presso il San Raffaele).
Negli anni successivi si sarebbe trovato il modo di portare a compimento il restauro dell'edificio di piazza Sant'Alessandro per Lettere, di acquisire all'Informatica un edificio in via Comelico, di dotare la Chimica organica di uno stabile in via Trentacoste e di provvedere alle necessità degli uffici amministrativi con la locazione di Palazzo Greppi, in via Sant'Antonio. Nel frattempo, un incremento dei contributi studenteschi deliberato dal Consiglio di amministrazione veniva indirizzato alla costituzione di un apposito fondo per il potenziamento della didattica a disposizione delle singole facoltà e l'introduzione per alcuni corsi di studio del numero chiuso andava mutando le proporzioni del carico didattico tra i vari settori.
All'inizio degli anni Novanta, gli iscritti all'Università degli Studi di Milano arrivano a sfiorare le 100.000 unità, il rapporto docenti/studenti - 1:59,63 per la media di ateneo, con una punta negativa di 1:412,11 toccata da Giurisprudenza - è preoccupante. Di fronte a una situazione che si faceva sempre più insostenibile, urgevano ormai degli interventi che non fossero semplici palliativi.
Per garantire un più congruo rapporto tra risorse a disposizione e utenza, l'Università degli Studi di Milano si impegna nel corso degli anni Novanta in un complesso processo di diversificazione e decongestionamento delle proprie strutture, fondato sullo sdoppiamento delle Facoltà con il numero più alto di iscritti e sulla costituzione di nuovi poli decentrati. Svolto anche sulla scorta delle indicazioni e delle opportunità fornite dalla legislazione nazionale in materia di "megatenei", questo percorso sarebbe sfociato, alla fine del decennio, nella nascita dei due nuovi atenei dell'Insubria e di Milano-Bicocca, dando luogo ad un significativo mutamento nell'intero assetto del sistema di istruzione superiore milanese.
Varata la nascita per "gemmazione" delle due nuove Facoltà di Scienze matematiche fisiche e naturali a Como e Varese, nell'autunno del 1993 l'area della Pirelli-Bicocca viene scelta quale sede dell'intero secondo polo esterno di sviluppo: oltre ad alcuni corsi della Facoltà di Scienze, sdoppiati o di nuova istituzione, vi vengono collocate la nuova Facoltà di Economia e commercio e la seconda Facoltà di Giurisprudenza, destinate, nelle previsioni, ad assorbire il più alto numero di iscritti.
Benché dettato da pressanti e non più prorogabili esigenze di riequilibrio, il percorso intrapreso non si limitò a mutare la fisionomia dell'offerta didattica preesistente nel senso di una sua maggior diffusione sul territorio, ma agì anche nella prospettiva di un suo più articolato sviluppo: videro la luce nel periodo nuovi corsi di laurea e facoltà, individuati con particolare riferimento agli ambiti disciplinari e professionali che si andavano rivelando più direttamente funzionali anche rispetto alle possibilità di assorbimento del mercato del lavoro.
E' il caso, per citare qualche esempio, dei nuovi corsi di laurea in Scienze ambientali e in Scienze del materiali, o delle Biotecnologie, cui erano parimenti interessate le Facoltà di medicina e chirurgia, Scienze, Farmacia, Agraria e Medicina veterinaria: ambiti che avrebbero conosciuto un'ottima affermazione, anche per il livello di eccellenza della ricerca scientifica ad essi correlata.
Risale al giugno 1998 la pubblicazione sulla "Gazzetta Ufficiale" del decreto istitutivo della "seconda Università degli Studi di Milano" alla Bicocca. Il nuovo ateneo pubblico milanese comprende due Facoltà preesistenti "scorporate" (Economia e Giurisprudenza), due "sdoppiate" (Scienze matematiche, fisiche e naturali e Medicina e chirurgia), e quattro di nuova istituzione: Psicologia, Sociologia, Scienze della formazione e Scienze statistiche. Una convenzione sottoscritta dai due rettori impegna l'Università degli Studi di Milano e quella di Milano-Bicocca "ad operare in un quadro di reciproca collaborazione", nella prospettiva "di costituire un Sistema interuniversitario caratterizzato, nel medesimo tempo, da piena autonomia giuridica, gestionale, scientifica e didattica dei singoli soggetti e da una ampia collaborazione e integrazione, sia al fine di un migliore utilizzo delle risorse disponibili, sia per offrire un più ampio ventaglio di opportunità didattiche, scientifiche e di servizi alla comunità universitaria e alle realtà sociali interessate".
Nello stesso periodo viene costituita l'Università degli Studi dell'Insubria, con sede a Varese e nata dallo scorporo dei corsi di studio già attivati a Varese e a Como dalle Università degli Studi di Milano e di Pavia.
All'indomani della nascita dei due nuovi atenei, nell'anno accademico 1998-99, l'Università degli Studi di Milano risultava composta da 9 Facoltà, con 26 Corsi di laurea, 21 Corsi di Diploma e circa 73.000 studenti iscritti, un numero certo più ragionevole rispetto ai quasi 100.000 di inizio decennio.
Anche per effetto delle conseguenze del calo demografico, e in linea del resto con la tendenza registrata nello stesso periodo a livello nazionale, la fase di ridimensionamento degli iscritti alla Statale prosegue per qualche anno, assestandosi nell'anno accademico 2001-2002, con 60.294 studenti iscritti; nello stesso anno, il nuovo ateneo della Bicocca di iscritti ne contava 24.000.
A mutare ancora una volta il quadro, invertendo il trend "negativo" delle iscrizioni, interviene la riforma degli ordinamenti didattici, applicata dall'Università degli Studi già a partire dall'anno accademico 2001-2002.
Non limitandosi alla pura e semplice trasformazione dei preesistenti corsi di laurea o di diploma universitario secondo lo schema del cosiddetto 3+2, le Facoltà dell'Ateneo hanno approfittato del processo di revisione previsto dalla riforma per adeguare l'offerta formativa all'evoluzione della domanda sociale di formazione e all'innovazione del sistema produttivo, introducendo nuove iniziative didattiche, individuate e modulate tenendo in attenta considerazione le esigenze di professionalità provenienti dal contesto economico della Regione.
Dal primo anno di avvio della riforma, la gamma dei corsi di laurea a disposizione delle matricole si è considerevolmente ampliata: si è passati da 47 tra corsi di laurea e di diploma a 74 corsi di laurea nuovi o riformati, 69 dei quali triennali, e nell'anno accademico attualmente in corso, il 2003-2004, l'offerta didattica si è arricchita di 40 nuovi corsi di laurea specialistica.
La risposta studentesca non si è fatta attendere: l'incremento delle immatricolazioni ha riguardato sia le facoltà umanistiche sia quelle scientifiche e dalle 8 mila matricole del 1999-2000 si è passati alle quasi 15.000 di quest'anno, giungendo, quanto a iscritti totali, a superare quota 65.000, contando anche gli iscritti alle nuove lauree specialistiche e agli altri numerosi percorsi di studio post laurea attivati dall'ateneo: le 80 Scuole di specializzazione, i 72 Corsi di dottorato di ricerca e gli oltre 40 Master.
La crescita delle iscrizioni, nel nostro ateneo più sensibile di quella media registrata a livello nazionale, ha premiato soprattutto le nuove iniziative, molte delle quali attivate sulla scorta di sollecitazioni direttamente provenienti dal mercato delle nuove professioni.
Se una facoltà come Scienze politiche ha sviluppato le potenzialità dell'impianto multidisciplinare che storicamente la caratterizza istituendo nuovi percorsi di studio che ben si adattano alla formazione versatile e articolata richiesta dai settori emergenti dell'economia internazionale, del management e della gestione delle risorse umane, della comunicazione d'impresa e sociale, in una prospettiva analoga si è mossa la facoltà di Lettere e filosofia, con i nuovi corsi nell'area della comunicazione. Notevole successo ha riscosso anche il nuovo corso di laurea in Mediazione linguistica e culturale, istituito congiuntamente dalle Facoltà di Lettere e filosofia e Scienze politiche e rivolto a preparare figure professionali idonee a svolgere funzioni in una società dalle dimensioni internazionali sempre più ampie. Giurisprudenza dal canto suo ha affiancato al corso tradizionale specifici orientamenti per la formazione di operatori dei servizi giuridici esperti nei vari campi d'interesse, da quello finanziario a quello aziendale, amministrativo, informatico.
Iniziative caratterizzate dallo stretto collegamento con alcuni comparti del contesto economico più innovativo sono state varate con successo anche nell'area scientifico-tecnologica: basti pensare all'ottimo riscontro dei nuovi corsi dell'area agro-alimentare e agro-ambientale, di quelli che riguardano le applicazioni più recenti dell'informatica e dei corsi di laurea attivati nella classe delle professioni sanitarie.
L'avvio della riforma e il nuovo aumento degli iscritti hanno determinato negli ultimi anni un più incisivo impegno nel settore dei servizi destinati agli studenti - con particolare riferimento all'orientamento, alle attività di stage e tirocinio e alla didattica online - e un nuovo consistente investimento sul fronte dell'espansione degli spazi per la didattica e la ricerca, diretto al potenziamento delle sedi storiche e alla realizzazione di nuovi insediamenti nell'area cittadina e provinciale.
Fonte: Università degli Studi di Milano
 
Università degli Studi di Milano
 
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